Il Chianti, ovvero il territorio che da secoli produce il vino Chianti Classico, è una parte di Toscana delimitata a nord dai dintorni di Firenze, a est dai Monti del Chianti, a sud dalla città di Siena e a ovest dalle vallate della Pesa e dell’Elsa. E’ questa una terra di antiche tradizioni, civilizzata in tempi remoti, prima dagli Etruschi – di cui esistono testimonianze proprio legate al mondo del vino – e poi dai Romani.

La storia

In epoca medioevale il Chianti fu terra di continue battaglie fra le città di Firenze e Siena. In quel particolare periodo storico nacquero villaggi e badie, castelli e roccaforti, che nel tempo vissero una trasformazione – in parte in ville e residenze – quando i tempi si fecero più tranquilli. In quel momento, le coltivazioni della vite e dell’olive, sottrassero gradualmente spazio ai  grandi boschi di castagni e querce.

Il 1398 è l’anno del primo documento notarile in cui il nome “Chianti” appare riferito al vino prodotto in questa zona. Fu uno sviluppo esponenziale quello che contraddistinse il Chianti Classico. Già nel ’600 infatti, le esportazioni per l’Inghilterra divennero più una consuetudine che un fatto occasionale. Un momento particolarmente importante della storia di questo vino risale ai primi anni del ’700: con la rinascita agraria della Toscana, la mezzadria divenne il principale sistema agricolo del Chianti e il paesaggio si arricchì delle testimonianze di una diversa organizzazione del lavoro. A quel periodo risalgono gran parte delle case coloniche e delle sistemazioni poderali ancora oggi esistenti. Dalla fine dell’800 alle soglie del terzo millennio, il vino Chianti Classico si è sempre più affermato sulle tavole di tutto il mondo, regalando al territorio di produzione prosperità e benessere oltre che un paesaggio esteticamente mozzafiato per via dell’estensione dei vigneti che colorano la Toscana.

Le carateristiche

Le “capitali” del Chianti sono le città di Firenze e Siena e le sue terre si estendono proprio a cavallo tra le due province: si tratta di 70.000 ettari che comprendono per intero i comuni di Castellina in Chianti, Gaiole in Chianti, Greve in Chianti, Radda in Chianti e in parte quelli di Barberino Val d’Elsa, Castelnuovo Berardenga, Poggibonsi, San Casciano in Val di Pesa e Tavarnelle Val di Pesa.

La zona viticola del Chianti è stata delimitata nel 1932 da un decreto ministeriale e da allora i confini sono rimasti invariati. Il decreto definiva la zona di produzione del vino Chianti Classico come la “zona di origine più antica”, conferendole di fatto un attestato di primogenitura e riconoscendole, così, una peculiare unicità territoriale.

Già da allora, l’attuale territorio del Chianti è stato quindi riconosciuto come zona di produzione originaria per il vino Chianti Classico, che per distinguersi dai vini Chianti nati in seguito e prodotti in zone diverse dal territorio del Chianti, ha dovuto fregiarsi dell’appellativo “Classico”. Classico significa quindi “il primo”, “l’originale”. Il vino “Chianti Classico” deve essere ottenuto da uve prodotte nella zona di produzione e provenienti da vigneti aventi uve di Sangiovese da un minimo dell’ 80% al solo Sangiovese. Possono inoltre concorrere alla produzione le uve a bacca rossa provenienti da vitigni idonei alla coltivazione nella Regione Toscana nella misura massima del 20% della superficie iscritta allo schedario viticolo. Le operazioni di vinificazione, conservazione e imbottigliamento devono avvenire esclusivamente all’interno della zona di produzione e l’immissione al consumo è consentita dal 1 ottobre successivo alla vendemmia. Per la Riserva è previsto un invecchiamento minimo obbligatorio di 24 mesi, di cui almeno 3, di affinamento in bottiglia.

Il Chianti a tavola

Il Chianti può essere consumato, per qualche tipologia, come vino giovane, fresco e gradevole al palato, ma è ben nota anche, per talune zone, la vocazione ad un medio e lungo invecchiamento, con cui acquista profumi e sapori inconfondibili. Nella sua grande varietà il Chianti è vino per ogni occasione. In alcune zone si producono vini giovani adatti a “tutto pasto”, nonché ai primi piatti con salse al ragù, lessi e umidi; in altre, vini più strutturati, di moderato invecchiamento, che ben si accompagnano al pollame e agli arrosti di carni bianche; infine, laddove si hanno vini di grande carattere, alcolicità ed invecchiamento, il loro accoppiamento più indicato sono gli arrosti, la selvaggina e i formaggi stagionati.

Eventi e curiosità

Per tutto il mese di settembre, periodo della vendemmia, i borghi della campagna toscana si animano con le manifestazioni per scoprire le specialità più tipiche e assaggiare i migliori vini. Durante il secondo fine settimana di settembre, quattro giorni sono dedicati al vino Chianti Classico. Tutti produttori del ‘Gallo Nero’, il simbolo del Chianti Classico DOCG, presentano i loro prodotti nella piazza principale di Greve in Chianti. Un’occasione speciale per conoscere il vino più famoso della Toscana nel suo territorio di produzione: è possibile degustare i vini in esposizione acquistando un particolare bicchiere all’ingresso della manifestazione. Sono inoltre previsti incontri con i viticoltori, visite alle cantine, mostre d’arte e concerti.

Localiditalia.it 28 Febbraio 2017 Vini no responses

Il Negroamaro è un vino che ha la sua culla in Puglia, nel meraviglioso Salento. Negroamaro è innanzitutto un vitigno, il più diffuso e antico, dal quale si ricavano tra i migliori vini rossi e rosati d’Italia, tanto da essere impiegato per la ”correzione” di vini extra regionali, conosciuti anche all’estero.

Storia

La coltivazione di questo vino magnifico, risale almeno all’epoca della colonizzazione greca (VII sec. a.C.). Fino a non molto tempo fa, la viticoltura pugliese puntava soprattutto alla produzione di vini da taglio (vale a dire vini da unire ad altri), anche perchè il Negroamaro era molto ricercato per dare colore ai vini del Nord o a quelli francesi.

Una data però, segnò la storia di questo vino: Il 9 settembre 1957, gli imbottigliatori del Nord, non comprarono uva e questo provocò una forte rivolta. Quando il mercato cominciò ad indirizzarsi verso i vini imbottigliati, molti contadini rinunciarono ai propri vigneti per ottenere i contributi per l’espianto. Ne conseguì che la superficie a vigneto del Salento si ridusse di oltre la metà, causando un danno al territorio incalcolabile. Questo perché nessun tipo di cultura agricola ha sostituito il vigneto da quelle parti. La rinascita dei vini del Salento ha fatto da traino per l’intera filiera del vino pugliese.

Caratteristiche

È raro che venga utilizzato in purezza, ma in genere unito ad altre uve come la Malvasia nera, Primitivo, Montepulciano, Sangiovese. Le uve del vitigno Negroamaro sono la base di parecchie DOC salentine, il più noto è il Leverano, un vino che nasce appunto dal vitigno Negroamaro e contiene Malvasia Bianca e Nera. È un vitigno versatile che può offrire profumati vini rosati, se unito ad una piccola percentuale di Cabernet Sauvignon, o grandiosi rossi, che esprimono eleganza e morbidezza, fino a produrre un vino asciutto e austero, vellutato riconoscibile per i sentori di tabacco e frutta, ideale a tutto pasto.

Tutto il Salento, in particolare nelle province di Lecce, Taranto e Brindisi. La Puglia è la regione d’ Italia con la più alta produzione vitivinicola con il Salento che contribuisce in maniera assai netta visti i numerosi viticultori presenti sul territorio. Il vino a base di uva Negramaro, è al terzo posto tra i vini a denominazione d’origine controllata col maggior tasso di crescita nelle vendite per la grande distribuzione A dirlo, è un’indagine svolta per il Vinitaly nel 2008, (Iri Infoscan per Vinitaly 2008).

Il Negroamaro a tavola

E’ un vino molto versatile. Ben si accompagna con i ricchi piatti della tradizione del Salento, come la pasta fatta in casa – un esempio sono le tipiche Sagne ‘incannulate servite con una zuppa di ceci – o con polpette al sugo. Si abbina bene anche con la carne di agnello o gli “gnomerelli”, involtini di frattaglie legati con budello.

Eventi e curiosità

“Te lu mieru” organizzata dal 1974 è un evento ormai famoso del panorama gastronomico e folkloristico salentino ­. Nella prima domenica di settembre a Carpignano Salentino, ogni anno i visitatori possono degustare il vino abbinato a focacce e altri piatti tradizionali.

Localiditalia.it 28 Febbraio 2017 Vini no responses

E’ un vino delicato e di grande bevibilità la cui produzione è consentita in parte della provincia di Grosseto. Ha una storia estremamente interessante così come le sue caratteristiche. A tavola poi, il Morellino trova ampio spazio tra i piatti a base di carne ma non solo. Scopriamolo insieme!

Storia

C’è un filo non troppo sottile che lega la storia del Morellino a quella delle colline nell’entroterra della Maremma, le quali si prestano da sempre alla coltivazione della vite. La tutela dell’ambiente risale alla civiltà degli Etruschi e arriva ai giorni nostri con tradizioni forti e intatte.

E’ qui che si presentano le migliore condizioni di maturazione delle uve grazie ai fenomeni piovosi costanti e concentrati soprattutto nel periodo primavera-autunno, alle colline che lasciano filtrare il tepore delle brezze marine accompagnate dal sole all’interno delle valli comprese tra l’Ombrone e l’Albegna e infine alle condizioni per la maturazione delle uve, certamente le più ideali. L’antica origine del vino di Scansano è comprovata da documenti storici del XII secolo, che lo citano per “eccelsa bontà”. Nel 1812 erano prodotti nella zona di Scansano ben 5.540 hl di vino di cui una parte classificata di “qualità superiore”.

Caratteristiche

Le uve di Sangiovese rappresentano “l’anima” del Morellino: il Disciplinare di produzione ne prevede una presenza minima dell’85%  mentre il restante 15% deve essere scelto in vitigni “raccomandati” per questa zona, come il Ciliegiolo, il Canaiolo, il Malvasia. La produzione è consentita in parte della provincia di Grosseto.

Per quanto concerne il titolo alcolometrico volumico, il totale minimo è pari al 12,50% vol. ma per la tipologia “Riserva”, la gradazione sale a 13,00% vol. Il vino a denominazione di origine controllata e garantita «Morellino di Scansano», se destinato alla “Riserva“, deve essere sottoposto ad un periodo di invecchiamento non inferiore ad anni due, di cui almeno uno in botte di legno. Il periodo di invecchiamento decorre dal 1° gennaio successivo all’annata di produzione delle uve. Il vino Morellino di Scansano presenta un colore rosso rubino intenso, tendente al granato con l’invecchiamento; all’olfatto deve essere intenso, fine, fresco, fruttato con sentori di frutti rossi, marasca, molto spesso prugna, etereo, può presentare sentore di legno; al gusto è secco, caldo, leggermente tannico, morbido con l’invecchiamento.

Il Morellino a tavola

E’ un vino che ben si accompagna con spezzatini di carne, spiedini, fegatelli di maiale e arrosti di carne di maiale. Il Morellino è perfettamente indicato anche per il cinghiale in umido e alcuni piatti di pesce a base di spigole, triglie e scorfani . Prevalentemente carne dunque ma non solo.

 

Eventi e curiosità

La “Festa dell’Uva” è una manifestazione tradizionale organizzata ogni anno per due weekend nel mese di settembre. La città di Scansano, ricca di interessanti monumenti e chiese storiche, celebra la vendemmia e i migliori vini prodotti nella zona. Durante la festa le caratteristiche cantine di Scansano diventano luoghi di degustazione dell’ottimo Morellino di Scansano.

Localiditalia.it 28 Febbraio 2017 Vini no responses

Siamo in Basilicata, terra meravigliosa dalle mille contraddizioni. Si passa dalle estrazioni petrolifere a paesaggi stupendi passando per degli scrigni densi di storia come è, ad esempio, la città di Matera, capitale europea della cultura 2019. L’Aglianico trova la sua terra di origine e affermazione proprio nel Vulture, zona nord occidentale della regione famosa anche per le sue acque sorgenti. Andiamo allora a ripercorrere la storia di questo vino che presenta tante caratteristiche e curiosità tutte da scoprire.

La storia

La Basilicata, per chi non lo sapesse, è anche la terra dell’Aglianico del Vulture. Si tratta di un vino DOC del vitigno Aglianico, la cui produzione è consentita nella zona del Vulture, in provincia di Potenza. Con oltre 1500 ettari di superficie iscritta all’Albo dei vigneti e dei vini DOC, è annoverato tra i più grandi vini rossi d’Italia ma parliamo di un vino conosciuto anche oltre i confini nazionali.

L’’articolo 3 del Decreto del Presidente della Repubblica del 18/02/1971 conferisce il marchio DOC al vitigno e individua i comuni interessati alla produzione dell’Aglianico del Vulture  che sono: Rionero in Vulture, Barile, Rapolla, Ripacandida, Ginestra, Maschito, Forenza, Acerenza, Melfi, Atella, Venosa, Lavello, Palazzo San Gervasio, Banzi, Genzano di Lucania, Montemilone escluse le tre isole amministrative di Sant’Ilario, Riparossa e Macchia del comune di Atella.

L’Aglianico del Vulture ha origini molto remote e si ritiene che sia stato introdotto dai greci nel sud Italia tra il VII-VI secolo a.C. Altre fonti storiche ,che certificano l’antichità di questo vitigno, sono rappresentate dai resti di un torchio dell’età romana ritrovati nella zona di Rionero in Vulture e da una moneta bronzea raffigurante l’agreste divinità di Dionisio, il cui culto fu poi ricondotto a quello di Bacco, coniata nella zona di Venosa, città di Orazio, nel IV secolo a.C.

L’etimologia del termine “Aglianico” è ancora oggetto di dibattito fra gli studiosi, dal momento che potrebbe derivare dall’espressione Vitis Ellenica utilizzata dai Romani. Oggi, sono circa quaranta le aziende del settore vinicolo nel territorio del Vulture e che annualmente producano circa due milioni e mezzo di bottiglie. Si, avete capito bene. Da alcuni è definito il Barolo del Sud, date varie caratteristiche in comune con il vitigno piemontese.

Caratteristiche

L’Aglianico del Vulture è ottenuto dalla vinificazione in purezza delle uve appartenenti all’omonimo vitigno. I vigneti, sono parte dello splendido panorama del Monte Vulture, esattamente ai suoi piedi. Si tratta di un vulcano spento da millenni. In questa zona l’Aglianico viene coltivato fino a 800 metri di altitudine, ma trova le condizioni più propizie fra i 200 e i 600 metri. Esistono due diciture per indicare il tempo di invecchiamento: “Vecchio”, per un minimo tre anni, e Riserva cinque anni. Il suo grado alcolico va dagli 11,5 ai 14 gradi. La resa delle uve in vino non deve essere superiore al 70%. Non può essere messo in commercio prima di un anno dalla vendemmia ed è consigliato consumarlo a partire dal terzo anno di età. Parliamo di un vino in grado di reggere perfettamente a diversi anni di invecchiamento. Il colore è rosso rubino, che con l’invecchiamento assume riflessi aranciati; l’odore è armonico e cresce in intensità e gradevolezza con l’avanzare degli anni; quanto al sapore, si presenta asciutto, sapido, caldo, armonico, giustamente tannico. Anche in questo caso però, l’invecchiamento diventa una componente migliorativa, rendendo di fatto il vino sempre più vellutato.

Curiosità

Per celebrare questo meraviglioso vino che rappresenta un tratto identificativo di un territorio tutto da è esplorare, è dedicato un evento che cresce sempre di più negli anni, in quanto è in grande di catturare l’attenzione anche fuori dai confini della Basilicata. Parliamo dell’ “Aglianica”, manifestazione che si svolge annualmente in uno dei comuni coinvolti nella sua produzione, su tutti Rionero, Barile, Melfi e Venosa. Si tratta di un’occasione utile alla degustazione dei vini e dei prodotti tipici del Vulture, come salumi, miele e formaggi. Vengono svolti inoltre dei seminari sono guidati da esperti di livello nazionale e internazionale.

L’Aglianico a tavola

Grazie al suo sapore intenso e corposo, l’Aglianico del Vulture DOC si presta particolarmente bene all’abbinamento con carni (bianche, ma soprattutto rosse) cotte allo spiedo o al forno. Questo vino è ideale anche per brasati, arrosti e ricchi piatti a base di selvaggina e cacciagione, senza dimenticare i formaggi stagionati saporiti come ad esempio il caciocavallo lucano, il cacio bucato, con il suo sapore leggermente piccante, oppure ancora il canestrato di Moliterno IGP prodotto con latte di pecora e capra.

Nella sua versione spumantizzata, l’Aglianico del Vulture rappresenta l’accompagnamento ideale per dolci e dessert, come ad esempio crostate di frutta, piccola pasticceria e dolci tradizionali. In questo caso il vino va servito più freddo, intorno agli 8-12°C circa.

Localiditalia.it 28 Febbraio 2017 Vini no responses

Il vino rosso siciliano Nero D’Avola è sicuramente il più famoso dei vini rossi Siciliani. Un prodotto plurititolato di fronte al quale ci si può solo togliere il cappello. E’ il risultato di una produzione di qualità senza eguali: difatti, è un vino che può vantare la Denominazione d’Origine Controllata e Garantita (DOCG), la Denominazione di Origine Controllata (D.O.C) e l’Indicazione Geografica Tipica (IGT).

Storia

Quanto al nome, la sua origine andrebbe collocata in tempi assai remoti e allo stesso tempo da ricondurre a motivi strettamente commerciali. In passato, infatti, gli esportatori di vini siciliani in Francia trovavano più facile venderli come vini calabresi. Questo perché a quei tempi erano nettamente più rinomati ed apprezzati. Già nel 1800, i vini rossi provenienti da uve nero d’avola del territorio siracusano erano divenuti molto richiesti e ambiti dagli stessi commercianti Francesi e nord Europa, che li applicavano per dare colore e corposità ai loro vini.

Caratteristiche

Parliamo di un vino coltivato principalmente in Sicilia e nel Siracusano. Storicamente è il risultato uve ad alta gradazione zuccherina che permettono al vino prodotto di arrivare con facilità ad oltre 15 gradi alcolici. Il cambio di allevamento – grazie all’introduzione di particolari criteri – ha permesso di abbassare il contenuto di zuccheri e di pari passo aumentare l’acidità delle uve di questo vino rosso siciliano.

Oggi i vini nero d’Avola diffusi in tutta la Sicilia, sono tra i vini italiani più conosciuti, cullati nei loro circa 12.000 ettari di terra dedicati e situati nelle località di Eloro, Pachino e Noto, in provincia di Siracusa. Esistono diverse differenze di carattere fra i Nero d’Avola prodotti nella parte occidentale della Sicilia e quelli delle zone orientali: i primi risultano quasi sempre più forti al palato; i vitigni a Nero d’Avola coltivati nella zona orientale, invece, sono decisamente più morbidi e raffinati, con spiccati sentori di frutta. Alla degustazione il Nero d’Avola presenta un colore rosso rubino intenso, brillante, con riflessi violacei. Per quanto concerne l’aroma invece, si può dire che non è semplice da capire: è certamente speziato, evidenzia sentori di prugna secca, ciliegia, mora, ribes nero, lampone e cioccolato, cuoio e tabacco.

Il Nero d’Avola

Un vino caratterizzato da  intensità di colore e complessità olfattiva che si abbina bene  ai piatti dal sapore robusto e speziato, a cibi conditi con salse agrodolci ed anche ai formaggi stagionati. I piatti da abbinare al vino sono: grandi arrosti di carni rosse o grigliate, selvaggina, brasati e formaggi maturi e saporiti. E’ consigliabile l’apertura della bottiglia di Nero d’Avola  circa un’ora prima della degustazione.

Localiditalia.it 28 Febbraio 2017 Vini no responses

Questo vino con millenni di storia era conosciuto nell’antichità perché capace di dare poteri divinatori a chi ne beveva in abbondanza. Oggi per ritrovare queste sue caratteristiche, basta sorseggiarlo ben fresco davanti a un tramonto sul mare.

Storia

Come spesso avvienMantoie per i vitigni autoctoni più antichi del Sud Italia, il Mantonico ha una storia affascinante ammantata di leggenda. Secondo il mito, il Mantonico arrivò in Calabria dalla Grecia insieme a dei coloni, intorno all’VIII secolo a.C. Presto divenne conosciuto come “il vino degli Dei” e a Roma imperatori e patrizi lo servivano solo agli ospiti di maggior riguardo.  A questo particolare vino bianco, che un tempo veniva fatto solo nella versione passita, furono anche attribuite particolari qualità terapeutiche diffusamente descritte dai più celebri medici del tempo. Il suo nome deriva dal greco “mantonicus”, che significa “profetico”, e sta a indicare il potere di divinazione che aveva chi ne beveva in abbondanza, motivo per cui era principalmente consumato dagli indovini e dai sacerdoti dell’antica Locri Epizephiri e, poi, abbondantemente impiegato durante i riti orgiastici dionisiaci.

Caratteristiche

Oggi il Mantonico è diffuso solo in Calabria, nella fascia ionica e nella zona di Bianco e la sua produzione interessa un totale di una cinquantina di ettari. La pianta, allevata prevalentemente ad alberello, ha un grappolo di medie dimensioni, di forma cilindrica e mediamente spargolo, con acini di media grandezza, buccia spessa e colore giallo dorato. Storicamente l’uva Mantonico è sempre stata usata per la produzione di vini passiti, caratterizzati da un bel color ambra e da un sapore vellutato, fine ed equilibrato, che ricorda la zagara. Oggi viene vinificato anche come vino bianco secco, ideale per accompagnare primi e secondi piatti di pesce e una bella novità di quest’anno è data dal Ferdinando 1938 Brut di Statti, uno spumante Metodo Classico a base di Mantonico in purezza, in cui spiccano i sentori di frutta bianca, biancospino e timo.

Il Mantonico a tavola

A tavola, il Mantonico passito può essere servito ben fresco come aperitivo oppure come vino da dessert a fine pasto, insieme a formaggi stagionati e a dolci di pasticceria secca, come i mostaccioli calabresi.

Localiditalia.it 28 Febbraio 2017 Vini no responses

Il Montepulciano d’Abruzzo rosso è un vino DOC la cui produzione è consentita esclusivamente nelle province di Chieti, L’Aquila, Pescara e Teramo. Proviene dal vitigno dal nome Montepulciano ma non è da confondere con il Vino Nobile di Montepulciano, il quale è  prodotto in Toscana e proviene da un altro vitigno autoctono. Nel 2007 il Montepulciano d’Abruzzo è risultato essere il primo vino italiano della categoria DOC per produzione.

La storia

L’uva Montepulciano è presente in Abruzzo praticamente da sempre. Solo dal XVII secolo però, si inizia a chiamare quest’uva con l’attuale nome. La sua origine sembra essere comune alle altre tipologie a bacca nera del meridione, tutte derivanti dalla Grecia.

Nei secoli rimarrà l’apprezzamento che ne ebbe il condottiero cartaginese Annibale – che tenne sotto scacco Roma per molti anni – rinvigorendo uomini e cavalli con il vino prodotto nel territorio degli Aprutzi. Da oltre due secoli va avanti la disputa sulla paternità del nome “Montepulciano”, conteso tra gli abruzzesi e i viticoltori di Montepulciano (SI). La confusione fu dettata dalla similitudine di alcune caratteristiche ampelografiche ed alla capacità di produrre vini simili.

Va detto però che anche se il Montepulciano primutico risultò essere il prugnolo gentile, clone del sangiovese grosso, l’uva degli Abruzzi era tardiva rispetto a quella toscana e dava vini decisamente più strutturati, longevi e carichi di profumi e colore.

La confusione scaturì nella Baronia di Carapelle, tenuta de’ Medici in Abruzzo, area nella quale vennero importate le prime tecniche viticole ed enologiche evolute dalla Toscana in Abruzzo. Il punto di partenza del Montepulciano attualmente coltivato in Abruzzo fu la zona di Torre de’ Passeri, nell’apertura della Valle Peligna verso l’Adriatico. Si ha notizia di produzione e commercializzazione di “vino Montepulciano” fin dal 1821 nella vallata del Pescara (presumibilmente nella zona di Tocco da Casauria – Bolognano, dove risiedeva la famiglia Guelfi). Tale affermazione è documentata da un rarissimo documento manoscritto di proprietà dell’arch. Tommaso Camplone di Pescara.

Caratteristiche

Attualmente le nuove tecniche viticole ed enologiche consentono di coltivare il Montepulciano ovunque, ma l’areale ottimale, nel quale sembra acclimatarsi in maniera ideale, è la Valle Peligna, tanto che ne cantò anche il poeta latino Ovidio: “terra ferax Ceresis multoque feracor uvis”, “terra fertile cara a Cerere (dea del grano) e molto più fertile per l’uva”. Dalla vendemmia 2003, alla sottozona “Colline Teramane” è stata concessa la DOCG. Nel 2005, a seguito delle dovute modifiche al disciplinare di produzione nel 2005, è stata concessa la mezione “Riserva ad altre aree” . Ne è conseguito che alcune IGT sono passate a sottozone DOC.

Il Montepulciano a tavola

Il Montepulciano giovane sopporta grigliate di carne suina e ovina. I vini più vecchi sono comunque preferibili con carni rosse, pezzature nobili di bovino o ovino. Ottimo il confronto con formaggi pecorini, di stagionatura crescente di pari passo con l’invecchiamento del vino. Ideale è utilizzare un bicchiere da vino rosso corposo, un calice che consenta l’ossigenazione del vino.

Eventi e curiosità

Sagra del vino” è certamente l’evento più conosciuto legato al Montepulciano d’Abruzzo. Ogni anno a Luglio nel comune di Vasto sono molte le sagre e feste tradizionali in tutta la regione. Esiste una grande tradizione gastronomica legata alle produzioni tipiche locali, dal tartufo (Sagra di Casoli), ai salumi (Sagra della Ventricina), ai ceci e zafferano (Sagra a Navelli). Un’indagine svolta nel corso del 2008 (Iri Infoscan per Vinitaly 2008) ha dimostrato proprio che il Montepulciano d’Abruzzo è al secondo posto (dopo il Chianti) tra i vini a denominazione d’origine più venduti in assoluto dalla grande distribuzione nel 2007. Per quanto concerne il turismo legato a questo magnifico vino, da tenere presente la Strada del Vino Tremonti e la Valle Peligna: è qui che comincia la scalata verso le vette abruzzesi del Gran Sasso e le principali località turistiche come Pescasseroli, Roccaraso e Pescocostanzo.

 

Localiditalia.it 28 Febbraio 2017 Vini no responses

Il termine Lambrusco indica una serie di vitigni differenti e il vino prodotto con questi. Le uve del Lambrusco sono coltivate maggiormente in Emilia-Romagna, nelle province di Modena e Reggio Emilia ed in Lombardia nella Provincia di Mantova. Sono uve di colore rosso e vengono utilizzate per produrre vini frizzanti e spumanti, sia rossi che rosati. Il dato è molto chiaro sulla qualità di questo vino e la dice lunga sulla sua diffusione: il Lambrusco, infatti, è il vino più venduto d’Italia.

La storia

Le testimonianze relative all’esistenza del Lambrusco sono da attribuire all’origine stessa del nome. Il significato di pianta spontanea, selvatica, può essere ricondotto in seguito al rinvenimento di semi di vite silvestre (selvatica) proprio nelle zone di produzione attuale del Lambrusco.

Non sono certe le origini della coltivazione di questa vite: in un trattato di agricoltura del 1305 il bolognese Pietro de’ Crescenzi, suggerisce di considerare l’allevamento della vite labrusca.

Nel 1567 Andrea Bacci, medico del papa Sisto V e botanico afferma che “sulle colline di fronte alla città di Modena si coltivano lambrusche, uve rosse, che danno vini speziati, odorosi, spumeggianti per auree bollicine, qualora si versino nei bicchieri”.

Nel 1700 circa, si ebbe un’importante innovazione tecnica per la conservazione di questo vino frizzante: una bottiglia! Si, proprio così perché l’introduzione della “Borgognona”. Si tratta di una bottiglia contraddistinta da un vetro resistente e dal notevole spessore con un tappo di sughero tenuto fermo con l’aiuto di uno spago, un modo per non far saltare il tappo, conseguenza della rifermentazione degli zuccheri.

Nel 1867 Francesco Aggazzotti, prezioso descrittore anche dell’aceto balsamico, propone una prima suddivisione esauriente delle tre tipologie prevalenti dei vitigni coltivati: Il lambrusco della viola o di Sorbara, il lambrusco Salamino, il lambrusco dai Graspi Rossi, dai quali si ricaveranno tutti i vari tipi di Lambrusco.

Nella prima metà del Novecento il Lambrusco era un vino decisamente secco e la sua schiuma, proprio come per lo Champagne, era prodotta mediante una seconda fermentazione in bottiglia. Con l’avvento di nuove tecnologie nel campo vinicolo, la produzione del Lambrusco aumentò notevolmente dai primi anni ’60 con l’introduzione del metodo Charmat. Così nel ventennio successivo il Lambrusco venne venduto notevolmente all’estero, in particolar modo negli Stati Uniti, dove ebbe molto successo tanto da rappresentare circa il 50% dei vini italiani importati in America. Negli anni ’90 la produzione di Lambrusco ebbe una svolta dal punto di vista qualitativo ai danni di quello quantitativo.

Oggi, la maggior parte dei Lambrusco migliori non è ancora oggetto di esportazione, e quelli venduti sui mercati esteri non sono DOC. L’etimologia del nome è incerta, esistono principalmente due ipotesi al proposito: la prima vuole che il nome derivi da labrum (margine dei campi) e ruscum (pianta spontanea; la seconda conferisce l’origine alla fusione dei termini labo (prendo) e ruscus (che punge il palato).

Caratteristiche

Esistono quattro tipi di Lambrusco DOC:

  • Rosso Salamino di Santa Croce secco o amabile
  • Lambrusco di Sorbara che può essere rosso o rosé, secco o amabile
  • Lambrusco Reggiano, rosato e dolce o rosso e secco
  • Lambrusco Grasparossa di Castelvetro secco o amabile.

Il Lambrusco Salamino – il cui nome trae origine dai grappoli che ricordano dei salami – possiede un colore scuro con una intensa schiuma viola e un corpo medio.

Il Lambrusco di Sorbara rosso è probabilmente il più pregiato e viene prodotto nelle zone della provincia di Modena. È tipicamente un vino leggero con aromi di fragole lamponi e ciliegie.

Il Lambrusco Reggiano dalla schiuma vivace ed evanescente, possiede invece un gradevole profumo che varia dal fruttato al floreale, con un gusto fresco e fragrante.

Infine, il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro, fortemente aromatico,  ha una schiuma color ciliegia con aromi più consistenti rispetto agli altri tre tipi di Lambrusco.

Il Lambrusco viene prodotto anche nella Lombardia orientale dove si produce un altro DOC, il Lambrusco Mantovano. Quest’ultimo, porta in etichetta il riferimento alla sottodenominazione di origine, non rientrando nei quattro vini DOC precedentemente citati. Questo vino, tipicamente leggero e dall’aroma fruttato, può essere rosso o rosé ed è composto con differenti varietà di Lambrusco. I vitigni minori sono il Lambrusco Marani, il Lambrusco Maestri, il Lambrusco Ancellotta, il Lambrusco Montericco e il Lambrusco Viadanese o Grappello Ruberti.

Il Lambrusco è o frizzante o spumante: sia la versione frizzante che spumante può essere anche rosé. Rarissimo è il lambrusco tranquillo, prodotto a livello familiare: in pratica è lambrusco vinificato ma senza essere stato poi fatto passare in autoclave.

Il Lambrusco a tavola

Il Lambrusco è un vino che si sposa con i prodotti della cucina emiliana, talvolta caratterizzata da prodotti ricchi di grassi e aromi. Ovviamente ben si abbina con la carne suina, le salsicce e l’agnello. E’ particolarmente indicato anche con i formaggi tipici della zona: il parmigiano-reggiano ed il grana padano. Viene utilizzato in cucina anche nella preparazione di piatti – in particolar modo emiliani – come lo zampone e il cotechino ma anche primi piatti come il risotto al Lambrusco e la pasta al Lambrusco. Questo tipo di vino viene inoltre utilizzato nella preparazione di cocktail, quindi miscelato ad altri alcolici e frutta e servito come aperitivo.

La vera particolarità di questo vino è che vi si fa ricorso anche per la “vinoterapia” grazie alle sue proprietà di conservazione della pelle. Ultimamente il Lambrusco viene utilizzato anche nella produzione di cocktail particolari come la “spuma di Lambaroni” vincitore del premio Barman Day del 2010 svoltosi al salone del lingotto a Torino in occasione della rassegna della manifestazione dello “slow food”.

Eventi e curiosità

La“Sagra del Lambrusco e degli Spiriti diVini” è una tra le tante feste e sagre enogastronomiche organizzate in Emilia Romagna, terra fertile in cui crescono vitigni con diverse caratteristiche. Da oltre sessantanni, il Comune di  Albinea, tradizionalmente nota per la ricca produzione vinicola, celebra il frizzante lambrusco, famoso in tutto il mondo. Un weekend di festa, nel mese di giugno, con iniziative, spettacoli, convegni, mostra dei prodotti di eccellenza e degustazioni guidate.

Localiditalia.it 28 Febbraio 2017 Vini no responses

La Campania ci regala un vino ricco di storia e dalle mille sfaccettature

La Falanghina è vino bianco campano di antichissime origini. Antenato del Falernum, un vino presente sulle tavole degli imperatori Romani, questo vino campano è stato anche protagonista del regno di Napoli e dal 1825 lo si vede presente nella carta papale dei vini. Parliamo di un vino oggetto di intrecci che ne hanno contraddistinto lo sviluppo e la conseguente diffusione.

Già negli anni ’60, infatti, il Falanghina è stato oggetto di indagini sul DNA che hanno dimostrato come esistessero due vitigni geneticamente distinti: il Falanghina beneventano e il Falanghina flegrea. In realtà però, la storia della prima è relativamente recente e si confonde per molti secoli con la storia della seconda, che insieme all’Aglianico, rappresenta uno dei più antichi vitigni campani, ivi importato da coloni greci.

Per quanto concerne l’etimologia, sembra avere origini classiche, facendo derivare il termine Falanghina (e le sue attuali inflessioni dialettali come Falenghina, Fallenghina, Fallanghina, Fallanchina o Falanchina) dal sostantivo latino Falangae, che indicava i pali di sostegno dei vigneti.

Caratteristiche

Complessa l’analisi sulla diffusione del vitigno. Esso risente fortemente delle due tipologie individuate. La Falanghina beneventana, come dice il nome stesso, è diffusa prevalentemente in provincia di Benevento dove è nota anche con l’appellativo di Falanghina verace. La Falanghina Flegrea ha invece diffusione più ampia e si può trovare in tutta la Campania, fino al Molise e in alcune zone confinanti della Puglia, dove viene detta anche “Falanghina mascolina”.  Il grappolo di Falanghina Flegrea è mediamente grande , arriva a pesare intorno ai 200 grammi ed è di forma conica o cilindrica, raramente alato.

La Falanghina dei Campi Flegrei è al palato un vino bianco vellutato e molto fresco. La freschezza viene data soprattutto dalla sua mineralità. Questa Falanghina è infatti particolare proprio perché nasce da un terreno vulcanico che riesce a tirare fuori delle noti minerali uniche. A differenza di altre Falanghine che nascono in altre zone della Campania, la Falanghina dei Campi Flegrei è la più fresca. La parte floreale e fruttata e quel residuo di miele di acacia è una delle note che pungono di più e che fanno ricordare questo vino.

Invece il Falanghina Beneventano è più frequentemente dotato di un’ala – la quale distingue visivamente le due tipologie, oltre che per la forma ellittica dell’acino – che nella Falanghina Flegrea si avvicina più a una sfera regolare.

Il Falanghina a Tavola

Un vino così fresco si può abbinare con dei piatti che abbiano una tendenza dolce, ad esempio il riso. Molto equilibrato e indovinato è l’abbinamento del Falanghina con un risotto di zucchine e gamberetti e, se si vuole ricordare la terra da dove proviene, si consiglia di mettere sul risotto una grattata di buccia di limone fresco. Un abbinamento da provare è quello che vede il Falanghina accompagnare i fritti: è indicato infatti anche con piatti british, in particolare il fish and chips.

Localiditalia.it 24 Febbraio 2017 Vini no responses

Il Piemonte è la culla di questa eccellenza italiana

Il Barolo è un vino a Denominazione di Origine Controllata e Garantita prodotto in alcuni comuni del Piemonte. Le uve dalle quali deriva, si trovano nei territori dei comuni di Barolo, Castiglione Falletto e Serralunga d’Alba e parte dei territori dei comuni di La Morra, Monforte d’Alba, Roddi, Verduno, Cherasco, Diano d’Alba, Novello e Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo. La prima delimitazione di questi territori risale al 31 agosto 1933.

La Storia

Il Nebbiolo – il vitigno tra i più pregiati –  viene coltivato nella zona del Barolo da tempo immemorabile. In realtà però,  a metà dell’Ottocento,  grazie alla perspicacia di Camillo Benso Conte di Cavour e di Giulia Colbert Falletti – ultima marchesa di Barolo – si cominciò a produrre un vino particolarmente ricco ed armonioso, destinato a diventare l’ambasciatore del Piemonte dei Savoia nelle corti di tutta Europa.

Si racconta che un giorno, la marchesa Falletti lo offrì al Re Carlo Alberto 325 carrà di Barolo, perché il Re aveva espresso il desiderio di assaggiare quel “suo nuovo vino”. Il Re Carlo Alberto rimase totalmente entusiasta di quel delizioso nettare e decise di comprare la tenuta di Verduno per potervi avviare una sua produzione personale, ed altrettanto fece re Vittorio Emanuele II alcuni anni dopo acquistando la tenuta di Fontanafredda a Serralunga d’Alba.

Il Barolo nasce nelle langhe: sono delle lingue di terra che si estendono in un vivace gioco di profili, modulati dal mutare delle stagioni. Dal punto di vista geologico, le Langhe hanno origine nell’Era Terziaria o Cenozoica, iniziata quasi 70 milioni di anni fa. La marna tufacea bianca caratterizza il comprensorio di produzione, sulle colline alte a dominare il fiume Tanaro.  Secondo il disciplinare del 1980 il “Barolo” risultava un vino ottenuto dalla fermentazione di uva Nebbiolo nelle sue tre varietà Michet, Lampia e Rosé.

Caratteristiche

Il Barolo, è di colore rosso granato con riflessi aranciati;  al naso si presenta intenso e persistente, ovvero con un patrimonio olfattivo eccezionalmente complesso, che tende a prediligere note fruttate e floreali come viola e vaniglia o note terziarie come goudron e spezie; in bocca le componenti “dure” (acidità, tannini, sali) risultano piacevolmente equilibrate da quelle “morbide” (alcoli e polialcoli). Il risultato, è un mix di intensità e persistenza unici che fanno del Barolo un vino imponente ed elegante.

I terreni di produzione del Barolo, devono essere in possesso di alcuni fondamentali requisiti. Devono infatti essere argillosi, calcarei e loro eventuali combinazioni. La giacitura invece, deve necessariamente essere collinare e quindi sono controindicati i terreni di fondovalle, umidi, pianeggianti e non sufficientemente soleggiati. Per quanto concerne l’altitudine, deve essere compresa tra i 170 metri s.l.m. e i 540.

Il Barolo è un vino che richiede un invecchiamento di almeno trentotto mesi – di cui 18 in botti di legno – a decorrere dal 1º novembre dell’anno di produzione delle uve.

La dicitura “Riserva” fa riferimento ad un invecchiamento per un periodo minimo di 5 anni, cui almeno 2 in botti di rovere o castagno. Tutte le operazioni di vinificazione, invecchiamento e imbottigliamento, vanno rigorosamente effettuate nella zona DOCG.  È importante evidenziare che nonostante i comuni indicati siano molto vicini tra loro, esistono delle differenze organolettiche molto importanti che segnano i vini prodotti nelle varie località. Merito dell’esposizione ma in particolar modo del suolo. Il risultato è un climax in termini che consente di passare rispettivamente da soluzioni più strutturate a vini più morbidi e fruttati.

Il Barolo a tavola

Parliamo di un vino che trova il giusto abbinamento con piatti come arrosti di carne rossa, brasati, cacciagione, selvaggina, cibi tartufati, formaggi a pasta dura e stagionati. Come tutti i “grandi vini rossi”, può essere anche classificato come vino da meditazione.

Eventi e curiosità

La “Festa di Barolo” è uno degli eventi più attesi dell’anno: ogni secondo weekend di settembre celebra il Barolo e la grande produzione gastronomica delle Langhe. La festa nel corso del tempo, tuttavia, ha subito dei cambiamenti. Negli anni sessanta si teneva ad agosto, in occasione di San Luigi, da decenni ormai si svolge a settembre in occasione del periodo della vendemmia.

Il Barolo, in seguito, è diventato sempre più famoso e rinomato e a questa festa si sono aggiunti altri eventi, molto interessanti dal punto di vista enogastronomico, in differenti momenti dell’anno. Durante la manifestazione è possibile visitare le cantine dei produttori vitivinicoli presenti sul territorio, le Cantine Marchionali del Castello Falletti, il Museo del Vino e il Museo dei Cavatappi.

Localiditalia.it 24 Febbraio 2017 Vini no responses