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Localiditalia.it 11 Luglio 2014 Image 3 responses

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Localiditalia.it 6 Marzo 2020 Uncategorized one response

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Localiditalia.it 28 Ottobre 2018 Christmas slices no responses

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Localiditalia.it 28 Ottobre 2018 Easy finger food recipes no responses

Perché scegliamo un cibo piuttosto che un altro? Spesso le nostre scelte alimentari sono guidate dalla nostra abitudine a mangiare determinati cibi e non altri. Alimentarsi è un atto necessario, perché il nostro organismo ha bisogno di una quantità di energia giornaliera sufficiente per vivere. Il compito principale dell’alimentazione è di garantire il fabbisogno energetico giornaliero al nostro organismo.

Le nostre scelte alimentari, tuttavia, non sono determinate solo dal bisogno di introdurre la corretta quantità di calorie, proteine, vitamine e fibre necessarie al mantenimento delle funzioni vitali del nostro corpo, ma dipendono anche da un insieme di elementi che variano da una persona all’altra e che influenzano la scelta di cibo piuttosto che un altro. Oltre al bisogno fondamentale di alimentarsi e al fattore culturale, esiste un percorso sensoriale del cibo che determina le nostre scelte alimentari.

Quando ci troviamo di fronte ad un piatto e iniziamo a gustarlo, sono coinvolti tutti i sensi: vista, olfatto, gusto, tatto e udito. L’estetica del piatto, come viene presentato, i colori, l’aspetto, la forma, sono tutti elementi che colpiscono la nostra vista e possono influenzare la percezione gustativa; con l’olfatto riconosciamo il profumo del piatto; con il tatto, invece, ne identifichiamo la consistenza; con il gusto, grazie ai recettori presenti sulla lingua, percepiamo il sapore (dolce, amaro, salato, acido) e la consistenza (liquido, morbido, croccante). Anche l’udito, attraverso il rumore della masticazione, ha un ruolo importante nella percezione gustativa. Alimentarsi quindi diventa un’esperienza sensoriale vera e propria che crea piacere, soddisfazione e un senso di benessere al nostro corpo. L’ordine temporale della stimolazione sensoriale può cambiare: il profumo del piatto può precedere la presentazione; l’udito e il tatto possono precedere la percezione del profumo, ad esempio se spezziamo il cibo con le mani, sentiamo prima il rumore e successivamente il profumo. Anche il grado di piacere e di soddisfazione di un cibo varia da un piatto all’altro e la sensazione cambia da una persona all’altra. In realtà la sensibilità gustativa è individuale e si modifica anche in base all’età: da piccoli siamo più attratti dai cibi dolci e morbidi, da adulti, preferiamo i cibi salati, croccanti e piccanti. Crescendo, attraverso la scoperta di cibi diversi, ognuno di noi matura il senso del gusto.

Il grado di piacere che proviamo gustando un tipo di pietanza o un particolare cibo, determina a sua volta la ripetizione della scelta di quel cibo, fino a quando non arriviamo ad un livello alto di saturazione tale che ci induce a variare cibo o pietanza. Il piacere del palato diventa una conoscenza che induce ad assaggiare cibi nuovi, mentre al contrario un’alimentazione monotona è sconsigliata, sia per il proprio gusto e sia per i valori nutrizionali. Mangiare sempre gli stessi piatti, ci impedisce non solo di scoprire cibi nuovi, ma risulta essere una modalità di alimentazione inadeguata, perché non ci fornisce la corretta quantità di elementi nutritivi necessari al nostro fabbisogno giornaliero. Tutto questo incide, quindi, sul benessere del nostro organismo che necessita di un’alimentazione variegata ed equilibrata. Nella scelta del cibo, quindi, lasciamoci trasportare dai nostri sensi ma cerchiamo anche di fare scelte alimentari corrette, per migliorare lo stato di salute e la qualità della nostra vita.

Paola Borrelli 20 Marzo 2017 Senza categoria no responses

Il Chianti, ovvero il territorio che da secoli produce il vino Chianti Classico, è una parte di Toscana delimitata a nord dai dintorni di Firenze, a est dai Monti del Chianti, a sud dalla città di Siena e a ovest dalle vallate della Pesa e dell’Elsa. E’ questa una terra di antiche tradizioni, civilizzata in tempi remoti, prima dagli Etruschi – di cui esistono testimonianze proprio legate al mondo del vino – e poi dai Romani.

La storia

In epoca medioevale il Chianti fu terra di continue battaglie fra le città di Firenze e Siena. In quel particolare periodo storico nacquero villaggi e badie, castelli e roccaforti, che nel tempo vissero una trasformazione – in parte in ville e residenze – quando i tempi si fecero più tranquilli. In quel momento, le coltivazioni della vite e dell’olive, sottrassero gradualmente spazio ai  grandi boschi di castagni e querce.

Il 1398 è l’anno del primo documento notarile in cui il nome “Chianti” appare riferito al vino prodotto in questa zona. Fu uno sviluppo esponenziale quello che contraddistinse il Chianti Classico. Già nel ’600 infatti, le esportazioni per l’Inghilterra divennero più una consuetudine che un fatto occasionale. Un momento particolarmente importante della storia di questo vino risale ai primi anni del ’700: con la rinascita agraria della Toscana, la mezzadria divenne il principale sistema agricolo del Chianti e il paesaggio si arricchì delle testimonianze di una diversa organizzazione del lavoro. A quel periodo risalgono gran parte delle case coloniche e delle sistemazioni poderali ancora oggi esistenti. Dalla fine dell’800 alle soglie del terzo millennio, il vino Chianti Classico si è sempre più affermato sulle tavole di tutto il mondo, regalando al territorio di produzione prosperità e benessere oltre che un paesaggio esteticamente mozzafiato per via dell’estensione dei vigneti che colorano la Toscana.

Le carateristiche

Le “capitali” del Chianti sono le città di Firenze e Siena e le sue terre si estendono proprio a cavallo tra le due province: si tratta di 70.000 ettari che comprendono per intero i comuni di Castellina in Chianti, Gaiole in Chianti, Greve in Chianti, Radda in Chianti e in parte quelli di Barberino Val d’Elsa, Castelnuovo Berardenga, Poggibonsi, San Casciano in Val di Pesa e Tavarnelle Val di Pesa.

La zona viticola del Chianti è stata delimitata nel 1932 da un decreto ministeriale e da allora i confini sono rimasti invariati. Il decreto definiva la zona di produzione del vino Chianti Classico come la “zona di origine più antica”, conferendole di fatto un attestato di primogenitura e riconoscendole, così, una peculiare unicità territoriale.

Già da allora, l’attuale territorio del Chianti è stato quindi riconosciuto come zona di produzione originaria per il vino Chianti Classico, che per distinguersi dai vini Chianti nati in seguito e prodotti in zone diverse dal territorio del Chianti, ha dovuto fregiarsi dell’appellativo “Classico”. Classico significa quindi “il primo”, “l’originale”. Il vino “Chianti Classico” deve essere ottenuto da uve prodotte nella zona di produzione e provenienti da vigneti aventi uve di Sangiovese da un minimo dell’ 80% al solo Sangiovese. Possono inoltre concorrere alla produzione le uve a bacca rossa provenienti da vitigni idonei alla coltivazione nella Regione Toscana nella misura massima del 20% della superficie iscritta allo schedario viticolo. Le operazioni di vinificazione, conservazione e imbottigliamento devono avvenire esclusivamente all’interno della zona di produzione e l’immissione al consumo è consentita dal 1 ottobre successivo alla vendemmia. Per la Riserva è previsto un invecchiamento minimo obbligatorio di 24 mesi, di cui almeno 3, di affinamento in bottiglia.

Il Chianti a tavola

Il Chianti può essere consumato, per qualche tipologia, come vino giovane, fresco e gradevole al palato, ma è ben nota anche, per talune zone, la vocazione ad un medio e lungo invecchiamento, con cui acquista profumi e sapori inconfondibili. Nella sua grande varietà il Chianti è vino per ogni occasione. In alcune zone si producono vini giovani adatti a “tutto pasto”, nonché ai primi piatti con salse al ragù, lessi e umidi; in altre, vini più strutturati, di moderato invecchiamento, che ben si accompagnano al pollame e agli arrosti di carni bianche; infine, laddove si hanno vini di grande carattere, alcolicità ed invecchiamento, il loro accoppiamento più indicato sono gli arrosti, la selvaggina e i formaggi stagionati.

Eventi e curiosità

Per tutto il mese di settembre, periodo della vendemmia, i borghi della campagna toscana si animano con le manifestazioni per scoprire le specialità più tipiche e assaggiare i migliori vini. Durante il secondo fine settimana di settembre, quattro giorni sono dedicati al vino Chianti Classico. Tutti produttori del ‘Gallo Nero’, il simbolo del Chianti Classico DOCG, presentano i loro prodotti nella piazza principale di Greve in Chianti. Un’occasione speciale per conoscere il vino più famoso della Toscana nel suo territorio di produzione: è possibile degustare i vini in esposizione acquistando un particolare bicchiere all’ingresso della manifestazione. Sono inoltre previsti incontri con i viticoltori, visite alle cantine, mostre d’arte e concerti.

Localiditalia.it 28 Febbraio 2017 Vini no responses

Il Negroamaro è un vino che ha la sua culla in Puglia, nel meraviglioso Salento. Negroamaro è innanzitutto un vitigno, il più diffuso e antico, dal quale si ricavano tra i migliori vini rossi e rosati d’Italia, tanto da essere impiegato per la ”correzione” di vini extra regionali, conosciuti anche all’estero.

Storia

La coltivazione di questo vino magnifico, risale almeno all’epoca della colonizzazione greca (VII sec. a.C.). Fino a non molto tempo fa, la viticoltura pugliese puntava soprattutto alla produzione di vini da taglio (vale a dire vini da unire ad altri), anche perchè il Negroamaro era molto ricercato per dare colore ai vini del Nord o a quelli francesi.

Una data però, segnò la storia di questo vino: Il 9 settembre 1957, gli imbottigliatori del Nord, non comprarono uva e questo provocò una forte rivolta. Quando il mercato cominciò ad indirizzarsi verso i vini imbottigliati, molti contadini rinunciarono ai propri vigneti per ottenere i contributi per l’espianto. Ne conseguì che la superficie a vigneto del Salento si ridusse di oltre la metà, causando un danno al territorio incalcolabile. Questo perché nessun tipo di cultura agricola ha sostituito il vigneto da quelle parti. La rinascita dei vini del Salento ha fatto da traino per l’intera filiera del vino pugliese.

Caratteristiche

È raro che venga utilizzato in purezza, ma in genere unito ad altre uve come la Malvasia nera, Primitivo, Montepulciano, Sangiovese. Le uve del vitigno Negroamaro sono la base di parecchie DOC salentine, il più noto è il Leverano, un vino che nasce appunto dal vitigno Negroamaro e contiene Malvasia Bianca e Nera. È un vitigno versatile che può offrire profumati vini rosati, se unito ad una piccola percentuale di Cabernet Sauvignon, o grandiosi rossi, che esprimono eleganza e morbidezza, fino a produrre un vino asciutto e austero, vellutato riconoscibile per i sentori di tabacco e frutta, ideale a tutto pasto.

Tutto il Salento, in particolare nelle province di Lecce, Taranto e Brindisi. La Puglia è la regione d’ Italia con la più alta produzione vitivinicola con il Salento che contribuisce in maniera assai netta visti i numerosi viticultori presenti sul territorio. Il vino a base di uva Negramaro, è al terzo posto tra i vini a denominazione d’origine controllata col maggior tasso di crescita nelle vendite per la grande distribuzione A dirlo, è un’indagine svolta per il Vinitaly nel 2008, (Iri Infoscan per Vinitaly 2008).

Il Negroamaro a tavola

E’ un vino molto versatile. Ben si accompagna con i ricchi piatti della tradizione del Salento, come la pasta fatta in casa – un esempio sono le tipiche Sagne ‘incannulate servite con una zuppa di ceci – o con polpette al sugo. Si abbina bene anche con la carne di agnello o gli “gnomerelli”, involtini di frattaglie legati con budello.

Eventi e curiosità

“Te lu mieru” organizzata dal 1974 è un evento ormai famoso del panorama gastronomico e folkloristico salentino ­. Nella prima domenica di settembre a Carpignano Salentino, ogni anno i visitatori possono degustare il vino abbinato a focacce e altri piatti tradizionali.

Localiditalia.it 28 Febbraio 2017 Vini no responses

E’ un vino delicato e di grande bevibilità la cui produzione è consentita in parte della provincia di Grosseto. Ha una storia estremamente interessante così come le sue caratteristiche. A tavola poi, il Morellino trova ampio spazio tra i piatti a base di carne ma non solo. Scopriamolo insieme!

Storia

C’è un filo non troppo sottile che lega la storia del Morellino a quella delle colline nell’entroterra della Maremma, le quali si prestano da sempre alla coltivazione della vite. La tutela dell’ambiente risale alla civiltà degli Etruschi e arriva ai giorni nostri con tradizioni forti e intatte.

E’ qui che si presentano le migliore condizioni di maturazione delle uve grazie ai fenomeni piovosi costanti e concentrati soprattutto nel periodo primavera-autunno, alle colline che lasciano filtrare il tepore delle brezze marine accompagnate dal sole all’interno delle valli comprese tra l’Ombrone e l’Albegna e infine alle condizioni per la maturazione delle uve, certamente le più ideali. L’antica origine del vino di Scansano è comprovata da documenti storici del XII secolo, che lo citano per “eccelsa bontà”. Nel 1812 erano prodotti nella zona di Scansano ben 5.540 hl di vino di cui una parte classificata di “qualità superiore”.

Caratteristiche

Le uve di Sangiovese rappresentano “l’anima” del Morellino: il Disciplinare di produzione ne prevede una presenza minima dell’85%  mentre il restante 15% deve essere scelto in vitigni “raccomandati” per questa zona, come il Ciliegiolo, il Canaiolo, il Malvasia. La produzione è consentita in parte della provincia di Grosseto.

Per quanto concerne il titolo alcolometrico volumico, il totale minimo è pari al 12,50% vol. ma per la tipologia “Riserva”, la gradazione sale a 13,00% vol. Il vino a denominazione di origine controllata e garantita «Morellino di Scansano», se destinato alla “Riserva“, deve essere sottoposto ad un periodo di invecchiamento non inferiore ad anni due, di cui almeno uno in botte di legno. Il periodo di invecchiamento decorre dal 1° gennaio successivo all’annata di produzione delle uve. Il vino Morellino di Scansano presenta un colore rosso rubino intenso, tendente al granato con l’invecchiamento; all’olfatto deve essere intenso, fine, fresco, fruttato con sentori di frutti rossi, marasca, molto spesso prugna, etereo, può presentare sentore di legno; al gusto è secco, caldo, leggermente tannico, morbido con l’invecchiamento.

Il Morellino a tavola

E’ un vino che ben si accompagna con spezzatini di carne, spiedini, fegatelli di maiale e arrosti di carne di maiale. Il Morellino è perfettamente indicato anche per il cinghiale in umido e alcuni piatti di pesce a base di spigole, triglie e scorfani . Prevalentemente carne dunque ma non solo.

 

Eventi e curiosità

La “Festa dell’Uva” è una manifestazione tradizionale organizzata ogni anno per due weekend nel mese di settembre. La città di Scansano, ricca di interessanti monumenti e chiese storiche, celebra la vendemmia e i migliori vini prodotti nella zona. Durante la festa le caratteristiche cantine di Scansano diventano luoghi di degustazione dell’ottimo Morellino di Scansano.

Localiditalia.it 28 Febbraio 2017 Vini no responses

Siamo in Basilicata, terra meravigliosa dalle mille contraddizioni. Si passa dalle estrazioni petrolifere a paesaggi stupendi passando per degli scrigni densi di storia come è, ad esempio, la città di Matera, capitale europea della cultura 2019. L’Aglianico trova la sua terra di origine e affermazione proprio nel Vulture, zona nord occidentale della regione famosa anche per le sue acque sorgenti. Andiamo allora a ripercorrere la storia di questo vino che presenta tante caratteristiche e curiosità tutte da scoprire.

La storia

La Basilicata, per chi non lo sapesse, è anche la terra dell’Aglianico del Vulture. Si tratta di un vino DOC del vitigno Aglianico, la cui produzione è consentita nella zona del Vulture, in provincia di Potenza. Con oltre 1500 ettari di superficie iscritta all’Albo dei vigneti e dei vini DOC, è annoverato tra i più grandi vini rossi d’Italia ma parliamo di un vino conosciuto anche oltre i confini nazionali.

L’’articolo 3 del Decreto del Presidente della Repubblica del 18/02/1971 conferisce il marchio DOC al vitigno e individua i comuni interessati alla produzione dell’Aglianico del Vulture  che sono: Rionero in Vulture, Barile, Rapolla, Ripacandida, Ginestra, Maschito, Forenza, Acerenza, Melfi, Atella, Venosa, Lavello, Palazzo San Gervasio, Banzi, Genzano di Lucania, Montemilone escluse le tre isole amministrative di Sant’Ilario, Riparossa e Macchia del comune di Atella.

L’Aglianico del Vulture ha origini molto remote e si ritiene che sia stato introdotto dai greci nel sud Italia tra il VII-VI secolo a.C. Altre fonti storiche ,che certificano l’antichità di questo vitigno, sono rappresentate dai resti di un torchio dell’età romana ritrovati nella zona di Rionero in Vulture e da una moneta bronzea raffigurante l’agreste divinità di Dionisio, il cui culto fu poi ricondotto a quello di Bacco, coniata nella zona di Venosa, città di Orazio, nel IV secolo a.C.

L’etimologia del termine “Aglianico” è ancora oggetto di dibattito fra gli studiosi, dal momento che potrebbe derivare dall’espressione Vitis Ellenica utilizzata dai Romani. Oggi, sono circa quaranta le aziende del settore vinicolo nel territorio del Vulture e che annualmente producano circa due milioni e mezzo di bottiglie. Si, avete capito bene. Da alcuni è definito il Barolo del Sud, date varie caratteristiche in comune con il vitigno piemontese.

Caratteristiche

L’Aglianico del Vulture è ottenuto dalla vinificazione in purezza delle uve appartenenti all’omonimo vitigno. I vigneti, sono parte dello splendido panorama del Monte Vulture, esattamente ai suoi piedi. Si tratta di un vulcano spento da millenni. In questa zona l’Aglianico viene coltivato fino a 800 metri di altitudine, ma trova le condizioni più propizie fra i 200 e i 600 metri. Esistono due diciture per indicare il tempo di invecchiamento: “Vecchio”, per un minimo tre anni, e Riserva cinque anni. Il suo grado alcolico va dagli 11,5 ai 14 gradi. La resa delle uve in vino non deve essere superiore al 70%. Non può essere messo in commercio prima di un anno dalla vendemmia ed è consigliato consumarlo a partire dal terzo anno di età. Parliamo di un vino in grado di reggere perfettamente a diversi anni di invecchiamento. Il colore è rosso rubino, che con l’invecchiamento assume riflessi aranciati; l’odore è armonico e cresce in intensità e gradevolezza con l’avanzare degli anni; quanto al sapore, si presenta asciutto, sapido, caldo, armonico, giustamente tannico. Anche in questo caso però, l’invecchiamento diventa una componente migliorativa, rendendo di fatto il vino sempre più vellutato.

Curiosità

Per celebrare questo meraviglioso vino che rappresenta un tratto identificativo di un territorio tutto da è esplorare, è dedicato un evento che cresce sempre di più negli anni, in quanto è in grande di catturare l’attenzione anche fuori dai confini della Basilicata. Parliamo dell’ “Aglianica”, manifestazione che si svolge annualmente in uno dei comuni coinvolti nella sua produzione, su tutti Rionero, Barile, Melfi e Venosa. Si tratta di un’occasione utile alla degustazione dei vini e dei prodotti tipici del Vulture, come salumi, miele e formaggi. Vengono svolti inoltre dei seminari sono guidati da esperti di livello nazionale e internazionale.

L’Aglianico a tavola

Grazie al suo sapore intenso e corposo, l’Aglianico del Vulture DOC si presta particolarmente bene all’abbinamento con carni (bianche, ma soprattutto rosse) cotte allo spiedo o al forno. Questo vino è ideale anche per brasati, arrosti e ricchi piatti a base di selvaggina e cacciagione, senza dimenticare i formaggi stagionati saporiti come ad esempio il caciocavallo lucano, il cacio bucato, con il suo sapore leggermente piccante, oppure ancora il canestrato di Moliterno IGP prodotto con latte di pecora e capra.

Nella sua versione spumantizzata, l’Aglianico del Vulture rappresenta l’accompagnamento ideale per dolci e dessert, come ad esempio crostate di frutta, piccola pasticceria e dolci tradizionali. In questo caso il vino va servito più freddo, intorno agli 8-12°C circa.

Localiditalia.it 28 Febbraio 2017 Vini no responses

Il vino rosso siciliano Nero D’Avola è sicuramente il più famoso dei vini rossi Siciliani. Un prodotto plurititolato di fronte al quale ci si può solo togliere il cappello. E’ il risultato di una produzione di qualità senza eguali: difatti, è un vino che può vantare la Denominazione d’Origine Controllata e Garantita (DOCG), la Denominazione di Origine Controllata (D.O.C) e l’Indicazione Geografica Tipica (IGT).

Storia

Quanto al nome, la sua origine andrebbe collocata in tempi assai remoti e allo stesso tempo da ricondurre a motivi strettamente commerciali. In passato, infatti, gli esportatori di vini siciliani in Francia trovavano più facile venderli come vini calabresi. Questo perché a quei tempi erano nettamente più rinomati ed apprezzati. Già nel 1800, i vini rossi provenienti da uve nero d’avola del territorio siracusano erano divenuti molto richiesti e ambiti dagli stessi commercianti Francesi e nord Europa, che li applicavano per dare colore e corposità ai loro vini.

Caratteristiche

Parliamo di un vino coltivato principalmente in Sicilia e nel Siracusano. Storicamente è il risultato uve ad alta gradazione zuccherina che permettono al vino prodotto di arrivare con facilità ad oltre 15 gradi alcolici. Il cambio di allevamento – grazie all’introduzione di particolari criteri – ha permesso di abbassare il contenuto di zuccheri e di pari passo aumentare l’acidità delle uve di questo vino rosso siciliano.

Oggi i vini nero d’Avola diffusi in tutta la Sicilia, sono tra i vini italiani più conosciuti, cullati nei loro circa 12.000 ettari di terra dedicati e situati nelle località di Eloro, Pachino e Noto, in provincia di Siracusa. Esistono diverse differenze di carattere fra i Nero d’Avola prodotti nella parte occidentale della Sicilia e quelli delle zone orientali: i primi risultano quasi sempre più forti al palato; i vitigni a Nero d’Avola coltivati nella zona orientale, invece, sono decisamente più morbidi e raffinati, con spiccati sentori di frutta. Alla degustazione il Nero d’Avola presenta un colore rosso rubino intenso, brillante, con riflessi violacei. Per quanto concerne l’aroma invece, si può dire che non è semplice da capire: è certamente speziato, evidenzia sentori di prugna secca, ciliegia, mora, ribes nero, lampone e cioccolato, cuoio e tabacco.

Il Nero d’Avola

Un vino caratterizzato da  intensità di colore e complessità olfattiva che si abbina bene  ai piatti dal sapore robusto e speziato, a cibi conditi con salse agrodolci ed anche ai formaggi stagionati. I piatti da abbinare al vino sono: grandi arrosti di carni rosse o grigliate, selvaggina, brasati e formaggi maturi e saporiti. E’ consigliabile l’apertura della bottiglia di Nero d’Avola  circa un’ora prima della degustazione.

Localiditalia.it 28 Febbraio 2017 Vini no responses

Questo vino con millenni di storia era conosciuto nell’antichità perché capace di dare poteri divinatori a chi ne beveva in abbondanza. Oggi per ritrovare queste sue caratteristiche, basta sorseggiarlo ben fresco davanti a un tramonto sul mare.

Storia

Come spesso avvienMantoie per i vitigni autoctoni più antichi del Sud Italia, il Mantonico ha una storia affascinante ammantata di leggenda. Secondo il mito, il Mantonico arrivò in Calabria dalla Grecia insieme a dei coloni, intorno all’VIII secolo a.C. Presto divenne conosciuto come “il vino degli Dei” e a Roma imperatori e patrizi lo servivano solo agli ospiti di maggior riguardo.  A questo particolare vino bianco, che un tempo veniva fatto solo nella versione passita, furono anche attribuite particolari qualità terapeutiche diffusamente descritte dai più celebri medici del tempo. Il suo nome deriva dal greco “mantonicus”, che significa “profetico”, e sta a indicare il potere di divinazione che aveva chi ne beveva in abbondanza, motivo per cui era principalmente consumato dagli indovini e dai sacerdoti dell’antica Locri Epizephiri e, poi, abbondantemente impiegato durante i riti orgiastici dionisiaci.

Caratteristiche

Oggi il Mantonico è diffuso solo in Calabria, nella fascia ionica e nella zona di Bianco e la sua produzione interessa un totale di una cinquantina di ettari. La pianta, allevata prevalentemente ad alberello, ha un grappolo di medie dimensioni, di forma cilindrica e mediamente spargolo, con acini di media grandezza, buccia spessa e colore giallo dorato. Storicamente l’uva Mantonico è sempre stata usata per la produzione di vini passiti, caratterizzati da un bel color ambra e da un sapore vellutato, fine ed equilibrato, che ricorda la zagara. Oggi viene vinificato anche come vino bianco secco, ideale per accompagnare primi e secondi piatti di pesce e una bella novità di quest’anno è data dal Ferdinando 1938 Brut di Statti, uno spumante Metodo Classico a base di Mantonico in purezza, in cui spiccano i sentori di frutta bianca, biancospino e timo.

Il Mantonico a tavola

A tavola, il Mantonico passito può essere servito ben fresco come aperitivo oppure come vino da dessert a fine pasto, insieme a formaggi stagionati e a dolci di pasticceria secca, come i mostaccioli calabresi.

Localiditalia.it 28 Febbraio 2017 Vini no responses